Alterazioni del comportamento alimentare

Fra le molteplicità delle cause proposte per spiegare l’obesità, l’iperalimentazione, nonostante la sua ovvietà, per molto tempo non è stata considerata che marginalmente dalla comunità scientifica. Solo i recenti sviluppi metodologici, sul fronte della misurazione della spesa energetica, hanno permesso di rivalutare l’importanza dell’iperfagia fra i meccanismi responsabili dell’obesità.
Gli esperimenti sul comportamento alimentare consentono di affermare che in condizioni di normalità il senso di sazietà interviene facendo interrompere l’assunzione di cibo come se attraverso particolari stimoli e sistemi ormonali siamo in grado di capire che il pasto una volta digerito e assimilato fornirà nutrimento sufficiente a riportare l’equilibrio. D’altro canto i sistemi di regolazione interna possono essere disattivati da stimoli esterni premiativi, come dimostra il fatto che, anche dopo un pasto luculliano, moltissime persone non esitano a dare l’assalto al carrello dei dessert.
Il comportamento alimentare deve necessariamente prendere in considerazione valutazioni qualitative di difficile misurazione, che spaziano dai concetti di prelibatezza a quelli di scelta emozionale del cibo oltre che la valutazione soggettiva di fame, sazietà, piacere e bisogno.

 

IL PIACERE FRA EMOZIONE E MOTIVAZIONE

Prima di tutto, può esserci utile leggere un articolo di Luca Doninelli pubblicato sul quotidiano “Il Giornale”. Il giornalista, raccontando la sua esperienza personale, riesce a descrivere bene le difficoltà che si affrontano nel combattere i problemi di eccessiva alimentazione.

“Estate, vacanza, mare, costume da bagno. Chili di troppo da smaltire. Dieta. Palestra. Sauna. Eccetera eccetera. Bla bla bla.
Ma il dato è, caro lettore, che l’85% dei tentativi di mettersi a dieta fallisce. E’ un dato su cui riflettere. Vuol dire che su 100 euro spesi da dietologi, 85 sono soldi buttati via. Il dietologo da parte sua, intasca i soldi senza nessun senso di colpa. La colpa, infatti, non è sua. I suoi consigli erano buoni.
Una delle prime cose che il dietologo vi dice è che c’è in giro una gran quantità di ciarlatani che promettono diete miracolose. Per dimagrire bisogna faticare. Il fatto è che un obeso non ha soltanto il problema di dimagrire. Fosse solo quello, la percentuale di diete giunte a buon fine salirebbe di moltissimo.
C’è un altro problema: quello di non riuscire a mettersi a dieta. E più è grosso il primo problema e più è grosso il secondo. Dunque, l’obeso va dal dietologo e gli dice: non riesco a dimagrire. E il dietologo gli risponde: si metta a dieta. Cioè: proprio la cosa che non riesce a fare. Il gioco è sottile.
Il dietologo sa bene che c’è quel problemino in più, ma deve fingere che non esista, sia perché verrebbe meno il rapporto – essenzialmente stregonesco – che lega il paziente al medico, sia perché, una volta scoperto il gioco, anche quel 15% di successi diventerebbe un numero a rischio”.

L’obesità su base psicosomatica, implica necessariamente un’iperalimentazione come conseguenza di uno stimolo emozionale. La sovralimentazione pertanto in questo caso sarebbe una risposta di tipo conscio a problemi esterni, che interagiscono con la particolare situazione interna di stress e confusione della persona (Kaplan & Kaplan, Robbins). Simili analisi sono state suggerite per spiegare il comportamento bulimico (Mizes). I primi tentativi volti a far confluire i risultati di laboratorio, condotti su animali da esperimento resi obesi a causa di lesioni del nucleo ventromediale, e il comportamento di persone obese risale a (Schachter). Egli dimostrò una sorta di analogia comportamentale fra gli animali e le persone per quanto concerne il rapporto patologico con il cibo. Entrambi rilevano, rispetto ai gruppi controllo, una maggiore sensibilita verso gli aspetti palatali degli alimenti, minore disposizione al sacrificio per ottenere il cibo e una sorta di incapacità di compensazione calorica, infatti, continuavano ad alimentarsi con la stessa intensità sia a digiuno sia dopo l’assunzione di cibo, se questo risultava molto appetibile. Tali osservazioni furono ritenute espressive di una forma di obesità causata dall’eccessiva sensibilità verso le proprietà remunerative del cibo, associata ad una ridotta percezione degli stimoli di fame e sazietà Spitzer e Rodin (Spitzer, Rodin) giunsero alla conclusione che la palatabilità verso il cibo fosse la più importante variabile capace di differenziare il comportamento dell’individuo normopeso e di quello in sovrappeso.

Sono le endorfine, così simili alle sostanze estratte dal papavero da oppio, le responsabili del senso di benessere e di appagamento, che proviamo nell’introdurre certi alimenti e in particolar modo i vegetali, il latte e i suoi derivati.
L’atto del nutrirsi diventa così dipendente non dagli stati fisiologici di fame e sazietà ma diventa il complesso risultato di sensazioni emozionali elaborate proprio nell’area limbica responsabili dei sentimenti di piacere e bisogno, prelibatezza e scelta edonistica del cibo. Le endorfine sono capaci in certe persone e a seguito di particolari stimoli di spostare la soglia del dolore ma, le difficoltà ci rendono migliori solo quando il SISTEMA LIMBICO reagisce positivamente liberando dopamina per convincerci che è giusto soffrire per poi vincere. Si è persino capaci di trovare del buono nel fare la dieta, a patto che dopo una sofferenza ragionevolmente protratta si possano avere risultati accettabili.

Ogni stimolo dell’ambiente esterno provoca contemporaneamente, emozioni, pensieri, e modificazioni organiche capaci di determinare una cascata di eventi tramite neuropeptidi, come la GASTRINA, la COLECISTOCHININA e molti altri, definiti sostanze informazionali” cioè capaci di trasportare informazioni e condizionare il nostro comportamento quanto la mente. Basti pensare all’attacco di colite che ci sorprende in circostanze spesso difficili da prevedere e che molti addirittura non riescono a contenere.
Tra i pionieri sugli studi comportamentali, Shachter e Singer nel 1962 svilupparono un esperimento capace di verificare il rapporto tra mente e corpo.
Mediante l’iniezione di una dose di adrenalina in alcuni soggetti, che credevano si trattasse di una semplice vitamina per migliorare la capacità visiva, studiarono le reazioni comportamentali. Confrontarono queste persone con un secondo gruppo al quale fu somministrata, seguendo le stesse procedure, un’iniezione apparentemente identica ma, nella fiala vi era solo del placebo.
Alcuni pazienti dei due gruppi furono informati in uno dei tre modi seguenti:

  1. alcuni vennero informati degli effetti collaterali possibili legati all’adrenalina, palpitazioni, tremori e simili, senza mai ovviamente nominare la sostanza;
  2. alcuni non vennero in nessun modo informati;
  3. altri, ricevettero informazioni fuorvianti, venne detto loro che avrebbero avvertito prurito o cefalea.

Dopo l’iniezione e il colloquio sugli effetti collaterali tutti furono messi ad aspettare in stanze separate dove erano presenti psicologi dello staff di sperimentazione, con il preciso scopo di fungere da provocatori.
Alcuni provocatori, avevano un comportamento euforico, altri aggressivo, e dopo aver inveito, uscivano sbattendo la porta, atri denunciavano pruriti e nausee. Tutte le stanze erano dotate di cineprese nascoste dietro finti specchi per monitorare il comportamento di tutti.
Il primo gruppo (1), i cui soggetti avevano ricevuto l’iniezione di adrenalina ed erano stati correttamente informati degli effetti collaterali, dimostrarono, di essere stati influenzati pochissimo, dal comportamento dei provocatori.
Quelli che non erano stati informati (2) e, quelli che avevano ricevuto informazioni fuorvianti (3), si dimostrarono i più influenzabili da parte dei provocatori. Riferirono di essersi sentiti euforici o molto irritati, secondo il tipo di agitatore che era stato loro abbinato. Questo tipo di sensazione era distribuita in modo bilanciato, sia fra coloro che avevano ricevuto l’iniezione di adrenalina, sia fra i pazienti che avevano ricevuto solo l’iniezione di placebo.
Insomma molto può fare una cura ma molto del risultato dipende dall’idea che ci siamo fatti della cura stessa.
Siamo tutti molto influenzabili!

Più scientifico appare allora lo studio comportamentale condotto su animali da esperimento, ad esempio mediante una ESB, (Electrcal Stimulation of the Brain). In pratica con un elettrodo stimolatore posto in un’area del cervello è possibile determinare la stimolazione cerebrale gratificante.
Questa scoperta avvenne per caso nel 1954, ad opera del dott. James Olds mentre studiava la stimolazione avversativa di un treno di impulsi elettrici nella formazione reticolare del cervello dei ratti. Per puro caso, per errore, un elettrodo venne posto nell’ipotalamo. Come da protocollo, ogni volta che l’animale si avvicinava ad un angolo della gabbia veniva inviata un’onda sinusoidale a 60 cicli e con stupore a seguito di quella scarica elettrica il ratto non solo non fuggiva ma “anzi vi tornava rapidamente dopo la breve uscita che seguiva alla prima stimolazione, non solo ma assurdamente vi ritornava ancora più rapidamente dopo un’uscita ancora più breve a seguito della seconda stimolazione. In corrispondenza della terza stimolazione elettrica, l’animale sembrava senza alcun dubbio ritornare all’angolo per “averne ancora”.
In che modo funzioni lo stimolo elettrico della ricompensa è ancora controverso, certo che la zona cerebrale più studiata è il fascicolo pro-encefalico mediale MFB (medial forebrain bundle). Questo fascio, sembra esercitare una sorta di rinforzo motivazionale. Quando l’animale è completamente sazio di cibo, con la stimolazione ESB è possibile farlo mangiare ancora.
Rowland e Antelman mentre studiavano il comportamento alimentare nei ratti nel 1976 scoprirono un fatto sconcertante.
Applicando una clips da carta o una pressione telecomandata, apparentemente non dolorosa, alla coda del ratto due volte al giorno provocava un incremento dell’assunzione calorica giornaliera del 129%, rispetto ad animali controllo che non subivano tale trattamento, e che avevano libero accesso allo stesso tipo di cibo. Rowland e Antelman proposero, e studi psico-comportamentali recenti lo confermerebbero che lo stress prolungato e poco aggressivo possa, allo stesso modo, indurre iperfagia anche nelle persone. È stato ipotizzato che la stessa obesità e le conseguenze sociali negative che la accompagnano, sono in grado di produrre uno stress tale da causare iperfagia, innescando un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.
Koob, Fray e Iversen dimostrarono negli anni successivi che lo stesso fastidioso stress, applicato alla coda del ratto era in grado di far correre l’animale attraverso un labirinto poter rosicchiare un tronchetto di legno con il quale distrarsi. Al contrario il gruppo di ratti controllo, non stressati dalla fastidiosa pressione intermittente alla coda, non manifestavano il bisogno di rodere il tronchetto.
La continua attività orale, diventa in pratica un modo per combattere lo stress, d’altro canto tutti i genitori sanno quanto rilassante diventi il succhiotto per il neonato e, prima o poi tutti abbiamo sperimentato il piacere del bacio continuato, insistito, inebriante e fine a se stesso non dato per comunicare un sentimento ma solo proprio per il profondo piacere che si ottiene.
Ecco spiegato il rodere continuo, tipico di molte persone, che fanno uso di gomme da masticare, o si torturano le dita rosicchiando le pellicine attorno alle unghie, oppure mordono le stesse unghie, o hanno sempre una caramella in bocca, o fumano ripetutamente.
Questo bisogno orale compulsivo è una malattia che rappresenta una sorta di auto terapia. Può essere ricondotta a un disagio psicologico ma molto più frequentemente è dovuta alla sola necessità di stimolare l’area limbica, che più è stimolata più ha bisogno di esserlo.
Tuttavia modi diversi di ottenere questo piacere, potrebbero rappresentare un aiuto nella cura di questo disagio. Ecco perché insistiamo sul piacere che deriva da tutte le attività che possono distrarre dal bisogno di alimentarsi: l’igienismo alimentare, le regole, il movimento di breve durata ma cadenzato sui pasti, insieme all’attività fisica guidata, possono innescare meccanismi virtuosi responsabili del mantenimento dello stato di alimentazione controllata.

 

STORIA DI G. REA

G. Rea è un facoltoso uomo d’affari, ma è soprattutto un mio paziente da alcuni anni. Ricordo ancora le mie sensazioni contrastanti durante la prima visita. Bassa statura, voce strozzata dall’obesità e movimenti resi goffi da un addome molto sporgente. Eppure il signor Rea, spogliato di quasi tutti i suoi abiti ricercati, aveva una tale personalità da rendermi addirittura nervoso

 

I risultati delle prime analisi forse innervosirono lui: dei suoi 120 chili di peso, quasi la metà era costituita da massa grassa. Gli chiesi il motivo della visita, lui mi rispose: “Il mio corpo è stato plasmato dai migliori cuochi, ma le rozze conoscenze mediche e i bypass non bastano a risolvere la mia insufficienza cardiaca. Sono qua perché sono disposto a mangiare di meno, pur di continuare a mangiare”. Fu una grande vittoria: il signor Rea perse 40 chili e oggi ha felicemente superato i settant’anni.
Perché una persona intelligente e con tanta gioia di vivere si riduce a mangiare, bere o fumare tanto da morirne? Perché è una persona malata e la malattia colpisce tutti, belli e brutti, intelligenti e stupidi. La persona sana ha il bene più prezioso, ma solo quando è messa spalle al muro dalla malattia capisce l’importanza delle cure.
Le medicine non fanno male, piuttosto fa male essere nella condizione di doverle assumere. In due parole, essere malati. Bisogna però evitare l’intossicazione a lungo termine: le medicine non sono caramelle.
Il successo terapeutico dipende da quattro passaggi fondamentali: visita accurata, prescrizione degli esami clinici di approfondimento, diagnosi e terapia. Il nemico più grande è la ricerca del risultato immediato; per questo gli stregoni che promettono di farci perdere venti chili con una chiacchierata sono da evitare.
Il vero successo non è perdere peso. Il vero successo è mantenerci magri nel tempo, assumendo nei confronti del cibo un atteggiamento gioioso anziché morboso. Per raggiungere questo obiettivo servono circa quattro anni, durante i quali viene progressivamente diminuita la somministrazione di farmaci. Il paziente è come un guerriero che, giorno dopo giorno, costruisce la propria corazza; citando Goethe, “non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo si rialza”. Così durante la terapia sono possibili ricadute a cui contribuiscono anche gli stress quotidiani: imparare a controllarli significa riuscire a normalizzare il nostro comportamento alimentare.
Prima di poter accettare le cure, però, dobbiamo essere consapevoli di essere malati. “Non ho dolore, quindi sono sano”: è il più grande inganno in cui possiamo cadere. Fumare troppo o avere una pancia troppo sporgente può non causare dolore, ma sono gravi segnali per la nostra salute. Segnali, appunto, di una malattia.

 

QUESTIONARIO PSICOMETRICO

Questionario Imagine and Behavior Restraint Scale (IBR)

Questionario per misurare la disposizione a dimagrire

Il questionario messo a punto dal Dott. Claudio Saluzzo ha la scopo di misurare tre dimensioni del comportamento alimentare : restrittività, disinibizione e sensibilità alla fame, estese all’elemento forma e cura del corpo. Il questionario chiamato IBR ha l’intento di fornire un contributo per meglio definire la disposizione a dimagrire.
Sulla base della revisione della letteratura sull’argomento, e dopo tadotto, studiato e adattato al comportamento alimentare italiano la Restraint Scale di Herman e i questionari di Pudel e di Stunkard per ciò che riguarda l’atteggiamento verso il cibo, si è voluto creare uno strumento capace di considerare :

Restrittività sia come controllo cognitivo dell’introduzione di cibo e dei cambiamenti di peso, sia come controllo della propria forma attraverso lo sforzo fisico
Disinibizione
a) come comportamento da intendersi patologico, da parte di persone obese che, pur nella necessità clinica di dover dimagrire, nulla fanno ne hanno intenzione di fare per attuare un miglioramento della loro condizione, sia sul paino del controllo alimentare che su quello dell’attività fisica
b) come comportamento da intendersi normale, da parte di coloro che magri, mangiano tutto ciò che vogliono quando vogliono, fanno dell’attività fisica solo se ne hanno voglia e pur non attuando alcuna restrizione conservano una buona forma fisica.

Sensibilità alla fame e alla fatica fisica come condizione di eccessivo interesse per il cibo e di facile stancabilità verso lo sforzo fisico sportivo… CONTINUA

Bibliografia:

ANTELMAN, S. M. ROWLAND, N. E., and FISHER, A.D. 
“Tail pinch-induced eating, gnawing and licking behavior in rats: Dependence on the nigrostriatal dopamine system”. 
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“Prospective association between obesity and depression evidence from the Alameda County Study”. 
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KOOB, G. F., FRAY, P.J., and INVERSEN, S. D. 
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SACHACTER, S. 
“Some extraordinaryfacts about Obese humans and rats”. 
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SINGER, J. 
“Hypothalamic control of male and female sexual behaviour in female rats”. 
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SPITZER & RODIN, 
“Human eating behavior: A critical review of studies in normal weight and overweight individuals”. 
Appetite (1981) 2: 293-329.

 

 

Sovrappeso e obesità

L’obesità è caratterizzata da un eccessivo peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute.

Si tratta di una patologia cronica, legata a molteplici cause e per questo definita multifattoriale, accompagnata da aumentato rischio di morbilità e mortalità. Tuttavia per molti anni la persona obesa può vantarsi di “godere di ottima salute”, studia, lavora, pratica attività ludiche e spesso si veste con cura ed è sinceramente convinta del proprio fascino al pari di chi fuma o beve alcolici in eccesso, convinta che i cambiamenti del corpo siano solo un problema esteriore. <<Se voglio smetto di fumare anche domani>>, oppure <<Se voglio posso smettere di ubriacarmi>> e infine, <<sapessi di quanti chili sono riuscito a dimagrire nella mia vita, se voglio da domani mi metto a dieta…>>.
Fino a quando la classe medica in primo luogo e poi quella degli opinionisti e dei politici continua a credere che non si tratti di altro che di un “problema funzionale, che limita la qualità della vita solo se si oltrepassano certi limiti” e il servizio sanitario nazionale o le assicurazioni sanitarie non riconoscono le patologie del comportamento come “malattie vere”, i proclami dell’OMS rimarranno delle semplici grida manzoniane come quelle sull’inquinamento o sullo smaltimento dei rifiuti.
Nel suo “Rapporto del 2002 sulla salute in Europa “, l’Ufficio regionale europeo dell’OMS definisce l’obesità come: “epidemia estesa a tutta la regione europea, circa la metà della popolazione adulta è sovrappeso e il 20-30 per cento degli individui, in molti paesi, è definibile come clinicamente obeso”. La Conferenza Europea sull’obesità di Copenhagen tenutasi l’11 e il 12 settembre del 2002, ha evidenziato che circa il 4 per cento di tutti i bambini europei è affetto da obesità.
Per quanto riguarda in particolare l’obesità addominale  intesa come giro vita superiore a 102 cm nell’uomo e a 88 cm nella donna – secondo un’indagine pubblicata su Obesity Research, la percentuale totale di individui dal “giro vita” troppo grande, nei pesi dell’area occidentale, è pari al 46% con una netta prevalenza per le donne che arriva al 55,1% della popolazione femminile mentre si ferma al 36,9% per cento dei maschi. Analizzando comparativamente i diversi studi epidemiologici europei, la Spagna è al secondo posto con il 34,7 per cento di prevalenza di obesità addominale in entrambi i sessi, seguita dall’Italia, dal Regno Unito (27,5 per cento), dalla Francia (26,3 per cento), dalla Germania (20,3 per cento) e dall’Olanda (18,2 per cento).
Nonostante tutti i milioni spesi per l’analisi epidemiologica dell’obesità nei paesi industrializzati, quattro anni dopo la Conferenza ministeriale europea dell’OMS sull’azione di contrasto all’obesità, tenutasi a Istanbul il 15-18 novembre 2006 riprende le solite frasi allarmistiche e inascoltate. A conclusione dei lavori congressuali l’Ufficio regionale per l’Europa dell’OMS pubblica che …”L’obesità rappresenta per l’Europa una sfida sanitaria pubblica senza precedenti, finora sottostimata, scarsamente valutata e non perfettamente accettata come problema governativo strategico associato a notevoli implicazioni economiche. L’epidemia che sta emergendo nei bambini accentuerà notevolmente il carico dovuto a problemi di salute, a meno che non siano adottati provvedimenti urgenti, con approcci originali, basati su una chiara comprensione dei determinanti economici dell’epidemia e sul rifiuto dei presupposti tradizionali circa le sue cause”.
Con tutto ciò, le assicurazioni non hanno esteso la copertura sanitaria alla cura dietologica del sovrappeso e dell’obesità, né è cambiato qualcosa circa le difficoltà di accedere al servizio sanitario nazionale per gli esami dietologici che implicano spesso la monitorizzazione del metabolismo mediante l’esame della Triiodotironina totale e delle catecolamine.
Allo stato attuale il Dietologo è ancora uno specialista di serie B al quale ci si deve rivolgere perché afflitti da una patologia di serie A..come il Diabete o l’Artrosi degli arti inferiori o, con molte riserve, per la cura dell’Ipertensione Arteriosa.

OBESITA’ GENETICA

Grassi si nasce o si diventa? L'”obesità”, che affligge meta’ della popolazione adulta nei Paesi industrializzati, è un problema che nasce dall’incrocio di fattori genetici, ambientali e comportamentali. Ma che cosa conta di più? Quando tre anni fa Jeffrey Friedman, dalle Rockefeller University a New York, scoprì nei topi il gene dell’obesità, di cui esiste un equivalente nell’uomo, si pensò di avere l’asso nella manica.
Il gene, chiamato “ob”, regola le funzioni di una proteina, la leptina, che e’ prodotta dalle cellule di grasso, circola nel sangue e dice al cervello quanto ne è immagazzinato nel corpo. I topi che non ne producevano abbastanza erano obesi: sarebbe bastato modificare i livelli di leptina per curare l’obesità? Gli esperimenti dimostrarono che non era così semplice.
Come per molte altre condizioni patologiche, l’obesità è il risultato di un’interazione tra fattori genetici e ambientali.
Studi condotti su gemelli identici adottati alla nascita da famiglie diverse per cultura e status sociale hanno dimostrato che da adulti presentavano con assoluta prevalenza un rapporto peso e altezza simile alla famiglia biologica e non alla famiglia di adozione.

(Stunkard, A. J., Sorensen, T. I. A., Hannis, C., Teasdale, T. W., Chakraborty, R., Schull, W. J. & Schulsinger, F. (1986b). An adoption study of human obesity. New England Journal of Medicine 314, 193-198).

Le caratteristiche genetiche predisponenti l’obesità, perché si manifestino, è necessario che siano associate ad un ambiente favorevole, la percentuale di obesità che può essere attribuita a fattori genetici varia, a seconda della popolazione esaminata, dal 6% al 85%, un divario troppo grande perché la genetica possa essere considerata la causa principale.

(Yang W, Kelly T, He J (2007). Genetic epidemiology of obesity. Epidemiol Rev 29: 49–61).

A partire dal 2006 sono sati trovati oltre 41 geni che controllano l’appetito e il metabolismo con polimorfismi predisponenti all’obesità, ma dal momento che non siamo ingabbiati come i topi di laboratorio di Friedman l’aumento di peso si verifica solo quando l’apporto alimentare è eccessivo e l’ambiente è favorevole.

(Poirier P, Giles TD, Bray GA, et al. 2006. Obesity and cardiovascular disease: pathophysiology, evaluation, and effect of weight loss. Arterioscler. Thromb. Vasc. Biol. 26 (5): 968–76)

La diffusione dell’obesità anche nei paesi emergenti dimostrerebbe che le mutazioni genetiche favorenti l’aumento di peso potrebbe ricondursi alla storia evolutiva della nostra specie.
La capacità di approfittare dei rari periodi di abbondanza di cibo da immagazzinare sotto forma di grasso, sarebbe vantaggiosa durante i periodi di carestia e le persone con riserve adipose maggiori avrebbero maggiori probabilità di sopravvivenza. Questa tendenza a conservare il grasso, però, sarebbe negativa in una società con grandi disponibilità e varietà di cibi. Questo spiega perché gli indiani Pima, che si sono evoluti in un ecosistema desertico, hanno sviluppato alcuni dei più alti tassi di obesità, quando esposti ad uno stile di vita occidentale.

(Wells JC (febbraio 2009). Ethnic variability in adiposity and cardiovascular risk: the variable disease selection hypothesis. Int J Epidemiol 38 (1): 63–71

Anche l’obesità che un tempo si riteneva tipica di certe malattie genetiche come la sindrome di Prader-Willi o la sindrome di Bardet-Biedl ora è considerata una semplice complicanza. Se adeguatamente curati e guidati questi pazienti presentano un BMI pressoché normale.
Il rinnovato orgoglio della propria identità tra la popolazione degli indiani Pima ha fermato il diffondersi dell’obesità che intorno ai primi anni 90 era otto volte superiore alla media nazionale e mentre prima era normale trovare adulti diabetici già a 35 anni che pesavano oltre 230 chili, ora è molto meno frequente.
E’ possibile che una adeguata strategia terapeutica riesca a ridimensionare il diffondersi dell’ eccessivo aumento di peso.
E’ su questa base che nasce la terapia nutrizionale, comportamentale e farmacologica, dell’obesità con lo scopo di cambiare la prospettiva con la quale il paziente è abituato a vedere l’atto del nutrirsi.

COM’E’ POSSIBILE CONSUMARE LE RISERVE DI GRASSO?

Metabolismo del tessuto adiposo durante il digiuno   

Tessuto o sarebbe meglio dire Organo Adiposo
Oltre al grasso, il tessuto adiposo contiene: 10% di acqua, 2% di collagene, 0,1% di glicogeno (zucchero). La capacità di utilizzare questa riserva energetica dipende soprattutto da un enzima: la LIPASI ORMONE – SENSIBILE. La sua attività dipende dallo stato nutrizionale e metabolico dell’organismo ed, in particolare, dall’azione ormonale di glucagone e insulina.

Fame e Sazietà
GLUCAGONE: prodotto dalle cellule alfa del pancreas endocrino è secreto quando siamo a digiuno, e la glicemia è bassa. Il suo intervento consente di superare la crisi ipoglicemica.
Il compito del glucagone in ultima analisi è quello di usare le riserve energetiche perAUMENTARE LA GLICEMIA anche senza mangiare.
INSULINA: prodotta dalle cellule beta del pancreas endocrino è l’ormone che interviene dopo il pasto. Il compito dell’insulina è quello di distribuire il glucosio a tutte le cellule e così ABBASSARE LA GLICEMIA.

Il glucosio è alla base dell’energia
La gluconeogenesi è il processo con il quale l’organismo trasforma – durante il digiuno – le riserve in glucosio.
Questa trasformazione avviene principalmente nel FEGATO (85%) e nel RENE (10%).
Nel digiuno prolungato (18-24 ore) la glicemia può diminuire drasticamente e se scende sotto le 2 millimoli per litro di sangue, che corrisponde a una glicemia di 40 (40 mg/dl), si ha perdita di coscienza. È in questa fase che inizia la gluconeogenesi.
Il glucagone e l’adrenalina non attivano solo la gluconeogenesi ma anche la LIPOLISI.
Sciogliere le goccioline di grasso contenute nelle cellule del tessuto adiposo per ottenere i trigliceridi da bruciare nella BETA OSSIDAZIONE DEI GRASSI è compito della LIPASI ORMONE SENSIBILE.

Una volta ottenuti i trigliceridi questi sono ulteriormente scissi a glicerolo e acidi grassi. Dal glicerolo si avrà immediatamente energia da distribuire in tutte le cellule del nostro organismo. L’acido grasso necessita invece di un passaggio nei mitocondri delle cellule dove inizia la sua ossidazione. Gli unici organi che non possono beneficiare dei grassi di riserva sono: il sangue (i globuli rossi non possiedono mitocondri) il cervello, che non lascia passare i grassi.

La lipasi ormone-sensibile è attivata dalle situazioni di stress che sono in grado di alzare i livelli di adrenalina, ma anche dal digiuno prolungato e a seguito di variazioni di temperatura e di luce ambientale.
È la lipasi ormone-sensibile che consente agli uccelli migratori e agli animali che vanno in letargo di sopravvivere al lungo digiuno.

La LIPASI ORMONE-SENSIBILE attiva le PERILIPINE che circondano la goccia di grasso della cellula del tessuto adiposo: l’adipocita.

Durante il digiuno la bassa concentrazione di glucosio nel sangue provoca rilascio di glucagone e adrenalina che attivano le molecole di perilipina presenti sulla gocciolina lipidica che consentono il passaggio delle lipasi.
La trigliceride.lipasi libera gli acidi grassi che legati all’albumina portano il prezioso bagaglio energetico al fegato che provvederà alla sintesi d
elle Lipoproteine che giungeranno a tutte le cellule del corpo.
Quando, nel sangue, la glicemia diventa troppo bassa, provoca rilascio di glucagone o adrenalina. Il legame con il recettore dell’ormone provoca attivazione delle molecole di perilipina presenti sulla gocciolina lipidica e degli enzimi che scioglieranno i grassi della cellula adiposa e consente l’accesso della trigliceride lipasi alla goccia lipidica.
Figura: Influenza dell’attivazione delle perilipine sugli enzimi lipolitici nella gocciolina lipidica.
Pannello (A): dopo il pasto PLIN2 rimane attaccata alla superficie della goccia di grasso del tessuto adiposo.
Pannello (B): in stato di digiuno, la perilipina attivata dalla protein-kinasi (AMPK) innesca l’autofagia sciogliendo la goccia lipidica e ottenendo così energia dal tessuto adiposo.
La Tirzepatide agisce come un doppio agonista dei recettori GIP e GLP-1, e la sua componente GIP gioca un ruolo cruciale nella regolazione della Lipoproteina Lipasi (LPL), la principale “lipasi periferica” responsabile della rimozione dei grassi dal sangue.
Ecco come la stimolazione del recettore GIP da parte della Tirzepatide influenza questo processo:
  • Azione differenziata (stato nutrito vs digiuno) Mentre dopo il pasto, in presenza di alti livelli di insulina, la Tirzepatide favorisce l’accumulo di nutrienti tramite la Lipo Protein Lipasi. In condizioni di bassi livelli di insulina (digiuno), il GIP può promuovere la lipolisi (rottura dei grassi) per fornire energia al corpo.

In sintesi, la stimolazione GIP da parte della Tirzepatide rende la lipasi periferica più attiva attraverso una serie di azioni metaboliche.

  • Aumento dell’attività della LPL La Tirzepatide aumenta la secrezione della Lipo Protein Lipasi attiva negli adipociti (cellule del grasso). Questo enzima sgancia i trigliceridi dalle lipoproteine circolanti, permettendo al corpo di ripulire il sangue dai grassi in eccesso in modo più efficiente.
  • Riduzione dell’Apolipoproteina C-III (apoC-III) Il farmaco provoca una diminuzione dose-dipendente dei livelli di apoC-III, una proteina che normalmente inibisce la LPL. Riducendo questo “freno”, la Tirzepatide potenzia ulteriormente l’attività lipasica periferica.
  • Miglioramento dello stoccaggio lipidico “sano” Stimolando la LPL, la Tirzepatide favorisce lo stoccaggio dei lipidi nel tessuto adiposo sottocutaneo, prevenendo il cosiddetto “lipid spillover” (fuoriuscita di grassi). Questo evita che i grassi si accumulino in organi dove non dovrebbero stare, come fegato o muscoli (grassi ectopici), migliorando la sensibilità generale all’insulina.

Bibliografia:

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Calorie e dispendio energetico

COME SCOPRIRE QUANTE CALORIE DOBBIAMO INTRODURRE

L’emozione gioiosa che dà il possesso di un’automobile perfetta nel suo funzionamento e splendida nelle forme, è preceduta sempre dal superamento di un esame che abiliti alla guida del mezzo.
L’automobilista deve conoscere il funzionamento degli “organi” principali della sua auto, quali sono le parti più deteriorabili e quindi da controllare periodicamente; sa che dopo tante centinaia di chilometri deve verificare il livello dell’acqua della batteria; che dopo tante magliaia di chilometri deve cambiare l’olio, far rifare i freni, sostituire i pneumatici, ecc.
Per la splendida “supercar”, quale è il nostro corpo, che la natura ci ha messo a disposizione non esiste la necessità di quell’esame di abilitazione. Dopo le prime fasi di vita e superata l’infanzia protetta dall’amore dei genitori, il corpo è abbandonato al destino del suo incosciente possessore.
L’automobilista prudente, quello che non vuole avere sorprese, dedica alla cura dell’auto, secondo una statistica internazionale, almeno due ore a settimana.
Quante cure e quante ore dedica quell’automobilista alla “conoscenza” e alla “manutenzione” della “macchina” assai più complessa, importante, delicata, quale è egli stesso?
La “supercar uomo” è la più prodigiosa delle macchine, capace di compiere ciò che nessuna macchina potrà mai fare: pensare. Questo grazie al cervello, 1360 grammi di materia vivente che coordinano tutte le attività del corpo, al quale è deputato il compito di agire.
Per mezzo del sistema scheletrico gli animali superiori e l’uomo possono reggersi in piedi, camminare, saltare, possono cioè muoversi e superare l’attrazione fisica esercitata dal forza di gravità che altrimenti li schiaccerebbe a terra.
Il cervello riceve, mediante gli organi di senso, le informazioni dal mondo esterno e interno, le controlla, le coordina e trasmette le decisioni formulate su queste basi ai nervi: questi portano i messaggi del cervello, “stimoli”, ai muscoli che imprimono alle strutture ossee i movimenti con l’intensità e la rapidità loro impartite.

I muscoli nel loro insieme formano la massa delle carni che durante il lavoro guizzano sotto la pelle.
L’energia dei muscoli è fornita dalle calorie liberate dalla combustione delle sostanza nutritive che noi assumiamo con gli alimenti e che bruciano appunto nei muscoli.
L’ossigeno per la combustione è fornito dall’apparato respiratorio, che lo “assorbe” dall’aria. L’ossigeno, a sua volta, serve a bruciare gli alimenti che noi ingeriamo, trasformando l’energia chimica che essi contengono in altre forme di energia, secondo i vari organi, così distribuite:
– energia motoria: per i muscoli;
– energia secretiva: per le ghiandole (fegato, reni e tiroide);
– energia nervosa: per il cervello, midollo spinale e nervi.

L’eliminazione delle scorie prodotte dal processo combustivo è opera della pelle, dei reni e dell’intestino.
Il corpo umano è costituito per un 15% da lipidi, un altro 15% è rappresentato dai protidi, il 5% è formato da sostanze inorganiche e la restante parte da acqua. I carboidrati entrano nella costituzione del nostro corpo solo per l’1%.
Pertanto elementi essenziali per la realizzazione delle complesse strutture organiche sono: protidi, lipidi, sostanze inorganiche e acqua, mentre i carboidrati rappresentano la benzina della nostra “supercar” biologica.

 

Qualsiasi essere vivente per vivere, crescere e riprodursi, deve continuamente prelevare energia e materia dall’ambiente circostante.
Gli alimenti sono l’unica fonte da cui poter estrarre, attraverso i processi digestivi, i nutrienti, utili per ricavarne energia.
L’unità di misura di questa energia apportata dai cibi è la caloria.

In Scienza dell’Alimentazione, con il termine di caloria alimentare o grande caloria, indicata con Cal (C maiuscola) o kcal si indica la quantità di energia necessaria per elevare di un grado la temperatura di un litro di acqua distillata a livello del mare ed equivale a 1000 piccole calorie.

Per calcolare il valore calorico di un alimento si utilizza la Bomba Calorimetrica. Si tratta di uno strumento scientifico sofisticato, che permette di determinare il calore di combustione o potere calorico, di un alimento. Sulla base dell’innalzamento di temperatura del bagno calorimetrico, lo strumento misura il calore di combustione della sostanza.

 

La prima applicazione di un calorimetro per misure su organismi viventi fu fatta nel 1780 da Lavoisier e da Laplace che misurarono il calore generato da una cavia (porcellino d’India) grazie al Calorimetro di loro invenzione. Misero l’animale in un contenitore coibentato, circondato da ghiaccio e assunsero che il ghiaccio che si scioglieva era solo dovuto dall’attività metabolica dell’animale.

Negli animali superiori e nell’uomo l’energia chimica contenuta negli alimenti è utilizzata dall’organismo per mantenere stabile la temperatura corporea e svolgere l’attività fisica ecessaria.
Per calcolare il metabolismo energetico di un individuo si può procedere misurando il valore calorico degli alimenti che la persona ha introdotto, la quantità di calore prodotto e il lavoro meccanico svolto.
Mediante la calorimetria è possibile stabilire il consumo di ossigeno senza sforzo. In effetti, se l’organismo non compie lavoro, quasi tutta l’energia metabolica viene ceduta sotto forma di calore. Per questo il metabolismo energetico è misurato come quantità di calore e l’unità di misura utilizzata è la grande caloria (Cal).
Quando si determina un bilancio energetico positivo l’energia prodotta in eccesso viene accumulata come tessuto adiposo.
Quando la quantità di calorie introdotte con gli alimenti è minore della quantità di calorie cedute all’ambiente si determina il dimagrimento.

NORMOGRAMMA PER IL CALCOLO DEL FABBISOGNO CALORICO GIORNALIERO

 

 

Bibliografia:

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Methods (San Diego, Calif.), 19(2), 213-21, (October 1999).

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Integratori alimentari per il metabolismo

NUTRACEUTICA

Per produrre energia la cellula utilizza una serie di reazione chimiche, che possiamo nel loro insieme chiamare metabolismo.


Gli strumenti adatti per produrre l’energia cellulare sono gli enzimi che vengono immediatamente distrutti dopo la loro azione quindi debbono essere ricostruiti con la stessa velocità con la quale sono distrutti. Per questo la cellula ha un continuo bisogno di introdurre materia ed energia.
Gli enzimi sono proteine costituite da catene di aminoacidi capaci di fare cose straordinarie. La molecola che viene trasformata dall’enzima prende il nome di substrato mentre il risultato della reazione prende il nome di prodotto finale.
La vita di un enzima può essere brevissima, infinitesimi di secondo, quindi deve essere continuamente risintetizzato consumando sempre nuovi aminoacidi. Questi mattoni della vita sono detti essenziali quando il nostro organismo non è in grado di produrli autonomamente e quindi si trova costretto ad introdurli con l’alimentazione.

Gli aminoacidi essenziali sono fondamentali nell’alimentazione ma ancor più importante è il loro giusto apporto in termini quantitativi e di equilibrio fra loro in rapporto alla particolare situazione metabolica della persona. Per questo motivo abbiamo formulato un particolare insieme di aminoacidi per chi deve perdere peso. Questa formulazione è stata chiamata AMINODIET ed è composta da treonina, lisina, tirosina, istidina e glutammina.

 

AMINODIET 

AMINOACIDI PER DIMAGRIRE

L-TREONINA

La treonina è un aminoacido essenziale con spiccate funzioni depurative dell’organismo in generale e in particolar modo di fegato e reni.
Le funzioni della treonina sono numerose:

  • CURA DELLA STEATOSI EPATICA
  • MANTIENE ELASTICA E GIOVANE LA PELLE IN QUANTO È UN PRECURSORE FONDAMENTALE DI ELASTINA E COLLAGENE
  • È UN COSTITUENTE FONDAMENTALE DEL SISTEMA IMMUNITARIO

La carenza di treonina provoca deperimento organico con osteoporosi e riduzione della massa magra, ingrossamento del fegato e lesioni della pelle.
Il suo impiego come integratore alimentare è fondamentale quando si intraprendono cure estetiche e quando si aumenta l’attività fisica sportiva.

 

L-LISINA

La lisina fa parte degli aminoacidi essenziali che il nostro organismo non riesce a sintetizzare autonomamente pertanto deve essere introdotta con l’alimentazione. E’ soprattutto presente nelle carni rosse e in alcuni pesci come il merluzzo e le sardine.
In Europa durante la seconda guerra mondiale, la carenza di questo aminoacido era particolarmente diffusa perché le persone mangiavano prevalentemente polenta, senza mai variare.
Lo stato di fame di allora aveva dato luogo ad una malattia conosciuta come pellagra causata dalla carenza di niacina, una vitamina del gruppo B, che per essere sintetizzata necessita di lisina.
Questo aminoacido è fondamentale per la sintesi della carnitina, la nota molecola strutturale dei muscoli scheletrici che ne migliora la forza e la resistenza alla fatica.
La lisina è il costituente principale della cheratina dei capelli e del collagene, la proteina fibrosa di ossa, cartilagini, cute e tessuti connettivi.
Senza lisina, le performance fisiche degli atleti sarebbero senz’altro compromesse. Gli integratori non sono solo utili agli atleti professionisti. Tutte le volte che ci sottoponiamo a sforzi fisici intensi o ai rigori di una dieta dimagrante, è necessaria una supplementazione in lisina per evitare di sentirsi stanchi, avere la pelle flaccida e i capelli fragili e spenti.

 

L-TIROSINA

La tirosina, superata la barriera emato-encefalica, giunge all’interno del neurone cerebrale, dove subisce una serie di cambiamenti fino a diventare dopamina che regola l’umore e la prontezza mentale e favorisce la nostra capacità di adattarci a situazioni di ansia, fatica e stress.
È il tassello indispensabile nei processi di sintesi degli ormoni (adrenalina e noradrenalina) prodotti dalla ghiandola surrenale che, come un berretto da marinaio, copre il polo superiore del rene.

La tirosina aumenta la capacità mnemonica, allevia il dolore, stimola la libido, favorisce il dimagrimento ed è utilizzata nella cura del morbo di Parkinson.
I sintomi da carenza posso dare luogo a depigmentazione dei capelli, astenia, caduta della libido, ipotonia muscolare, lesioni epidermiche, danno epatico, ecc…
E’ di grande importanza per la produzione di melanina e quindi per la pigmentazione del capello. È abbondante nel glutine.

La tirosina superata la cellula tiroidea dentro il follicolo della tiroide è la base per la formazione degli ormoni T3 e T4.
Quando la tirosina supera la cellula della ghiandola surrenale è utilizzata per produrre adrenalina e noradrenalina.

L-ISTIDINA

Ricopre delle funzioni molto importanti all’interno del corpo umano, specialmente per i bambini, si tratta di un aminoacido di tipo polare. È precursore della istamina. Utilizzata in medicina farmaceutica nel trattamento delle malattie allergiche, nella artrite reumatoide, nelle ulcere degli organi digerenti. E’ anche importante per la formazione di globuli bianchi e rossi. L’istamina si trova ampliamente diffusa in natura, e nel corpo umano principalmente si concentra nell’emoglobina. In condizioni normali il soggetto sano non deve assumere integratori di questo aminoacido, ma il fabbisogno e di 1 – 8 g/ giorno negli sportivi. Gli alimenti più ricchi di istidina sono: arachidi, fagioli, biscotti per l’infanzia.
Per giunta è utilizzata nel trattamento delle malattie allergiche, nel trattamento delle artriti reumatoidi, nel trattamento di ulcere degli organi digestivi, importante per la produzione di globuli bianchi e rossi; usata nel trattamento dell’anemia. Come già detto sopra viene trasformata in istamina che agisce sulle funzioni muscolari e sulla dilatazione dei vasi sanguigni.
Particolarmente importante nei processi di formazione di unghie e capelli, l’istidina si trova abbondante nella carne di maiale, nel glutine ed in alcune farine. Viene attivamente incorporata nella cheratina a livello dello stato granuloso.

L-GLUTAMMINA

La L-glutammina è un aminoacido proteico che si trova nelle proteine di tutte le forme viventi. Questo aminoacido viene classificato come essenziale o semi-essenziale, il che significa che in circostanze normali l’organismo è in grado di sintetizzarne una quantità sufficiente a soddisfare le proprie esigenze; tuttavia esistono altre situazioni in cui l’organismo non è in grado di far fronte ad un aumentato fabbisogno.
Recentemente la L-glutammina ha iniziato a essere considerata come uno degli aminoacidi più importanti nei casi in cui l’organismo sia sottoposto a condizioni di stress metabolico come ad esempio in traumi (compreso quello chirurgico), condizioni oncologiche, sepsi e ustioni. In tali condizioni la L-glutammina assume la connotazione di un aminoacido essenziale ed è pertanto estremamente importante assicurarne apporti adeguati al fine di rispondere a queste aumentate esigenze fisiologiche.
La glutammina ha dimostrato di essere utile quando somministrata per via TPN in forma di peptidi in alcuni pazienti soggetti a varie forme di stress catabolico, ad esempio nei pazienti affetti da alcune forme di cancro, sottoposti a trapianto o interventi chirurgici, ricoverati in terapia intensiva o immunocompromessi.
Gli effetti positivi della glutammina per via enterale sono generalmente meno pronunciati, ma sono stati riportati risultati preliminari significativi con uso di glutammina orale in neonati fortemente sottopeso e in alcuni soggetti che avevano subito traumi severi, nei quali la glutammina sembrerebbe rinforzare lo stato immunitario, in modo particolare a livello dell’apparato gastrointestinale.

 

Bibliografia: 

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Quali cibi danno piacere e perchè


Quando mangiamo alimenti come vegetali, latte e suoi derivati noi proviamo un senso di appagamento e benessere.
Dove hanno origine queste sensazioni? Nell’area limbica dove agiscono le endorfine, sostanze prodotte dal cervello che sono responsabili della sensazione di bisogno e ci stimolano a cercare il piacere attraverso il cibo.

Le endorfine sono così potenti da spostare addirittura la soglia del dolore: in questo caso nel sistema limbico viene liberata la dopamina. E’ il meccanismo che ci permette di accettare di buon grado anche la dieta, a patto che dopo un certo periodo di sofferenza sia possibile ottenere risultati soddisfacenti.
Ogni stimolo proveniente dall’ambiente esterno provoca in noi un mosaico di emozioni e pensieri: i neuropeptidi (la gastrina e la colecistochinina, ad esempio) hanno il compito di trasportare tali sensazioni e di condizionare il nostro comportamento, proprio come fa la mente. A tutti noi sarà capitato, almeno una volta, di essere sorpresi da improvvisi attacchi di colite, che in determinate circostanze sono addirittura impossibili da contenere.

Shachter e Singer, fra i pionieri negli studi del comportamento, nel 1962 effettuarono un esperimento per analizzare il rapporto tra la mente e il corpo. Gli psicologi statunitensi presero in esame due gruppi di persone: al primo iniettarono una dose di adrenalina, facendogli credere che si trattasse di una semplice vitamina per migliorare la vista; al secondo somministrarono un’iniezione apparentemente uguale, ma nella fiala c’era solo del placebo.

I pazienti di entrambi i gruppi vennero informati con tre diverse modalità:

1. Alcuni furono avvisati degli effetti collaterali dell’adrenalina (palpitazioni, tremori), pur senza svelare la sostanza

2. Altri non ricevettero informazioni

3. Ad altri ancora furono date informazioni fuorvianti, indicando come effetti collaterali prurito o cefalea

Dopo l’iniezione, tutti i pazienti furono accompagnati in stanze separate dove erano presenti psicologi dello staff, che avevano il preciso scopo di agire da provocatori. Alcuni provocatori si mostrarono euforici o aggressivi, altri denunciarono pruriti e nausee; la situazione era monitorata mediante cineprese nascoste dietro gli specchi finti di ogni stanza.
Il primo gruppo di pazienti (1), sottoposto all’iniezione di adrenalina e correttamente informato degli effetti collaterali, dimostrò di non essere quasi influenzato dal comportamento dei provocatori. Risultati opposti per i pazienti che non erano stati informati (2) o che avevano ricevuto informazioni fuorvianti (3): molti di loro riferirono di essersi sentiti euforici o aggressivi, in base al tipo di provocatore a cui erano stati abbinati.
Il dato più rilevante è che questo tipo di sensazioni erano diffuse nella stessa misura sia nei pazienti sottoposti all’iniezione di adrenalina, sia in quelli a cui fu somministrato il placebo. Morale della favola: una cura può fare tanto, ma gran parte del risultato dipende dall’idea che noi ci siamo fatti della cura stessa. Siamo tutti molto influenzabili…

Bibliografia:

Schachter, S. & Singer, J. E. (1962), Cognitive, Social, and Physiological Determinants of Emotional State, Psychological Review, 69(5), 379-399.

Sander L. (1983) To begin with-reflections on outogeny. In: Lichtenberg J.D., Kaplan S. Reflections on Self Psychology. The Analytic Press, New York, pp. 85-104.

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PIACERE E DOLORE

Con metodi più scientifici e un po’ di fortuna, nel 1954 il dottor James Olds fece una grande scoperta studiando il comportamento di topi da laboratorio. Lo scopo di Olds era quello di verificare come una serie di impulsi elettrici nel cervello dei ratti generasse negli animali dei comportamenti di avversione. Per una fortunata casualità un elettrodo venne posto nell’ipotalamo.
L’esperimento prevedeva di inviare una scarica elettrica ogni volta che il topo si fosse avvicinato a un angolo della gabbia in cui era rinchiuso. La sorpresa è presto detta: dopo ogni stimolazione elettrica l’animale non fuggiva, anzi era sempre più spinto ad avvicinarsi alla gabbia per “averne ancora”. Lo stimolo elettrico della ricompensa pare realizzarsi nella parte anteriore dell’encefalo; per questo motivo utilizzando un elettrodo è possibile far mangiare ancora un animale già sazio.
E siccome le sorprese non finiscono mai, nel 1976 anche gli studiosi Rowland e Antelman fecero una scoperta sconcertante analizzando il comportamento alimentare dei ratti. L’esperimento prevedeva di applicare una pressione, apparentemente non dolorosa, sulla coda dell’animale per due volte al giorno. Il risultato fu inatteso. I topi aumentarono la loro quantità giornaliera di calorie del 129% rispetto a quelli non sottoposti al trattamento.
Recenti studi comportamentali confermerebbero che uno stress prolungato ma poco aggressivo possa causare un aumento incontrollato dell’appetito anche nelle persone. L’obesità e le sue conseguenze sociali negative possono determinare lo stesso tipo di stress: il risultato è un continuo e ossessivo senso di appetito che innesca un circolo vizioso da cui è difficile uscire.
Le analogie fra gli esperimenti da laboratorio e la nostra vita quotidiana non finiscono qua. Gli studiosi Koob, Fray e Iversen applicarono lo stesso fastidioso stress alla coda del ratto: l’animale era così indotto a correre attraverso un labirinto per rosicchiare un tronchetto di legno per distrarsi. Lo stesso bisogno era assente nei ratti non sottoposti a stress.
Anche noi siamo indotti a comportamenti analoghi per combattere lo stress: il neonato trova pace col succhiotto, mentre la stragrande maggioranza delle persone fa uso di gomme da masticare, si rosicchia le unghie, mangia caramelle o fuma ripetutamente. Questo bisogno orale compulsivo è al tempo stesso malattia e autoterapia: a volte è causato da un disagio psicologico, ma spesso è dovuto alla necessità di stimolare l’area limbica, che più è stimolata e più ha bisogno di esserlo.
Per riconquistare un corretto stile di vita la strategia migliore è cercare (e trovare) il piacere in attività che ci distraggano dal bisogno di mangiare. L’attività fisica, il movimento di breve durata ma cadenzato sui pasti assieme al rispetto di semplici regole sono alcune di queste.
Siamo così di fronte a un bivio. Meglio la visione epicurea del “Cogli la vita e fregatene” oppure è preferibile quella stoica che nega il bisogno: “Più ricco di chi possiede un bene è colui che non lo desidera”? A definire il confine tra il malato e il sano non è il racconto del paziente, ma soltanto dati clinici oggettivi.

Il comportamento alimentare è patologico nelle persone afflitte da uno stato di obesità cronica, che non riescono a dimagrire da sole e a mantenere un peso corretto. Facciamo degli esempi. E’ la glicemia, cioè la quantità di glucosio nel sangue, a stabilire il confine tra il goloso e il diabetico. Allo stesso modo è l’obesità, intesa come elevata percentuale di grasso nel corpo, a indicare il nostro stato di salute o di malattia.
Può essere utile raccontare la vicenda di una cara paziente, Luisella, che grazie a una lunga e travagliata cura è riuscita a ottenere un risultato estetico apprezzabile. Luisella dirige un negozio di arredi per bagno e piastrelle; il lavoro va bene, ma lo stress quotidiano è alto e il tempo per pensare alla propria salute è sempre poco. Come spesso accade, a fine giornata una birra e un piatto di pasta sembrano essere l’unico rimedio alle difficoltà. L’importanza della terapia entra in gioco proprio adesso: il suo obiettivo è rendere meno duro il “difficile mestiere di vivere”, come poetava il Montale. Per vincere abitudini consolidate, però, servono determinazione, volontà e voglia di cambiare le cose.
Durante una visita di controllo vedendola molto più curata, addirittura abbronzata per la volontà di piacere, ci complimentammo con lei per i progressi fatti. L’ammissione di Luisella fu disarmante: “Il vero piacere, finalmente, è potermi comprare una gonna decente”.
Come riuscire a sostituire la gratificazione data da vegetali (come pane, vino, nutella, ma anche sigarette), latte e latticini col piacere di guardarsi allo specchio? Come ritrovare il piacere di esporre il proprio corpo? Il primo passo da fare è capire che è importante avere un aspetto curato non per gli altri, ma per se stessi.
Spesso invece il nostro atteggiamento è a dir poco distruttivo. “Io sono così e basta!”: questa è la risposta che spesso diamo a chi ci esorta ad avere cura del nostro corpo. Nel rapporto fra uomo e donna si insinua addirittura il dubbio che ci sia una certa frustrazione da parte del coniuge. In questo caso il campionario di risposte è quasi sempre lo stesso: “Vuoi una donna più magra? Allora vattela a cercare!”, oppure “Hai sempre voluto un tipo più aitante, sei la solita”. Lo sbaglio più grande, in questi casi, è nascondere la bilancia nell’armadio per il quieto vivere.
In molti casi consideriamo problemi come l’alcolismo, il tabagismo o la febbre per il gioco d’azzardo delle vere e proprie malattie, ma non concediamo la stessa attenzione ai nostri comportamenti alimentari. Spesso riteniamo più grave perdere dei soldi per una scommessa piuttosto che acquistare chili di troppo. Sbagliato. Dobbiamo considerare i disturbi alimentari alla stregua di una qualsiasi malattia del comportamento.

 

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Come dimagrire

CONTROLLO RESPONSABILE DELLA RAZIONE ALIMENTARE

Quando la nostra immagine riflessa allo specchio è inaccettabilmente cambiata e si decide di dimagrire, dobbiamo fare i conti con pranzi e cene tra amici e parenti abituati a vederci mangiare e bere senza remore.
Ma il nemico più difficile da combattere è la fame nervosa quando abbiamo deciso di meritarci una sorta di premio, una coccola che necessita di cibi REMUNERATIVI, quelli per i quali siamo disposti a… ESAGERARE !!!!!
L’elemento comune della maggior parte di questi è l’alto Indice glicemico (IG) che è dato dal rapporto tra ciò che mangiamo e l’aumento della glicemia. A parità di calorie introdotte dolci, birra, molti frutti, ma anche ortaggi comuni come zucca, carote, patate, e molte bevande come la fanta, la coca cola, la pepsi, e addirittura il riso o il pane alzano moltissimo la glicemia rispetto a i carboidrati con un basso IG come gli spaghetti di grano duro o la soia in semi o un succo di mela o di pompelmo. Bisogna comunque usare delle cautele, infatti, molti cibi a basso IG devono essere assunti con moderazione a causa del loro alto contenuto in grassi come le arachidi o il cioccolato, altri pur ad alto valore di IG come l’uva o le carote per il loro valore nutrizionale in flavonoidi, vitamine e minerali è bene non siano esclusi del tutto.

Dobbiamo partire dal concetto che è necessaria una dieta equilibrata e non è possibile rinunciare per tutta la vita ai piaceri della tavola. Tuttavia se la circonferenza addominale è davvero eccessiva è altrettanto necessario almeno periodicamente disintossicarsi eliminando, per uno o due o al massimo tre giorni, ad esempio una volta al mese le cose ….”buone” ….ma “dannose” come formaggi, dolci, pizze, pane, frutta, delle quali inevitabilmente cadiamo vittime.

Questa dieta la chiameremo “chetogenica” perchè in tre giorni il paziente deve generare chetoni.
Se ciò non accade si debbono assumere alimenti particolari e controllare il proprio metabolismo mediante l’esame della calorimetria indiretta.

 

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The International Journal of Food Sciences and Nutrition, Vol. 43, (1993); pp.205-212.

 

LA STORIA DI LUISELLA

Ad una cara Paziente che dopo una lunga e travagliata cura, era finalmente riuscita ad ottenere un risultato estetico apprezzabile, ho cercato di spiegare che esistono anche piaceri non nutrizionali, come andare al cinema.
Luisella, così si chiama di nome, bellamente mi disse che non era certo un buon suggerimento. Luisella dirige con la sua amica Cinzia, un negozio di arredi per bagno e piastrelle, il lavoro va bene ma come al solito il difficile è farsi pagare. Le ore di lavoro sono tante e il tempo per pensare alla propria salute è sempre poco. Arrivate distrutte a casa, dopo una giornata trascorsa a combattere con creditori, banche e fornitori e istituti di recupero crediti, una birretta e un piatto di pasta o una pizzetta, sembrano l’unico rimedio alle difficoltà della giornata. La terapia serve proprio a rendere meno duro il “difficile mestiere di vivere” come poetava il Montale. Ma com’è difficile cambiare abitudini consolidate. Tutti quelli che conoscono Luisella da molti anni sanno che per lei è piacevole comportarsi in un certo modo e ora che è cambiata non capiscono il suo comportamento.
Durante la visita quadrimestrale, di mantenimento vedendola molto più curata e addirittura, per la prima volta abbronzata, certo non per il contributo di vacanze esotiche ma grazie al sole artificiale delle lampade, per la precisa volontà di piacere, nel complimentarmi con lei per l’aspetto curato e piacevole, dissi che certo molto più gratificante è l’andare al cinema, piuttosto che andare in pizzeria.
<Errore!!- Mi rispose- Quando io e le mie amiche andavamo al cinema ci riempivamo di pop-corn e coca cola e spesso nell’intervallo rifacevamo il pieno. Il vero piacere è finalmente potermi comprare una gonna decente>.
In effetti non era esattamente ciò che io intendevo con l’esortazione vai al cinema!
Come riuscire a sostituire la gratificazione dei cibi remunerativi rappresentati da – vegetali latte e latticini – con il piacere di specchiarsi?
Come evitare il lento ma quotidiano allontanarsi dal corpo e dal piacere di esporlo?

 

Diabete alimentare

LO STUDENTE AV-VI-SA-TO PUÒ ESSERE SALVATO… DAL DIABETE

L’Epidemiologia ha il cinismo dei numeri e sulla salute racconta in dettaglio anche le realtà spiacevoli che a volte possono sembrare ovvie: anche l’ovvio deve essere infatti indagato col metodo scientifico per poterlo definire, a ragion veduta, tale.

Nelle periferie vivono i cittadini meno abbienti; i cittadini meno abbienti vivono meno e si ammalano più di chi ha reddito familiare e livello d’istruzione superiori.

Queste constatazioni valgono per qualsiasi fascia d’età e quindi anche per i bambini: come testimonia uno studio denominato Av-Vi-Sa-To (Avvisi di Vita Sana a Torino – propensione allo sviluppo del diabete in relazione allo stile di vita VEDI).

Come ha scritto Marco Accossato su La Stampa: “Vivere alla periferia di Torino e frequentare le scuole più al margine della città è un fattore di rischio in più nella probabilità di ammalarsi di diabete. Lo dimostra lo studio Av-Vi-Sa-To realizzato su circa 600 studenti e sulle loro famiglie.” (vedi).

I risultati del Programma (Avvisi di Vita Sana a Torino – propensione allo sviluppo del diabete in relazione allo stile di vita, VEDI) sono stati presentati all’Unione Industriale di Torino il 27 ottobre scorso. La serata, organizzata dal Presidente del Rotary Club 45° Parallelo di Torino Prof. Giulio Diale ha visto la partecipazione di numerosi appartenenti al mondo della scuola. Oltre ai rappresentanti degli istituti scolastici dove il programma si è svolto, erano presenti i rappresentanti dell’Ufficio Scolastico Regionale che aveva dato l’autorizzazione allo svolgimento del progetto stesso.

Il diabete è una malattia grave, costosa da curare e in progressivo aumento soprattutto nella forma dell’adulto (Diabete di Tipo 2). Stili di vita non corretti (sedentarietà e dieta ipercalorica) ne favoriscono lo sviluppo, tuttavia è difficile cambiare abitudini soprattutto da adulti. Gli scopi di questo programma erano due: identificare il più precocemente possibile i ragazzi a rischio e diffondere un’informazione corretta sull’importanza di cambiamento delle abitudini di vita. Per questo motivo sono stati organizzati alcuni incontri didattici presso gli Istituti Scolastici che hanno aderito, è stato distribuito un questionario (FinDRiSc) per la valutazione del rischio nei genitori ed un questionario per la valutazione dello stile di vita degli alunni, infine è stata consegnata una lettera di presentazione per i Medici di Medicina Generale o i Pediatri di Libera Scelta. Durante la serata il diabetologo Alberto Bruno, responsabile scientifico del progetto, ha illustrato ai presenti i risultati del programma.

Av-Vi-Sa-To si è svolto durante l’anno scolastico 2013-2014 ed ha coinvolto 585 ragazzi delle scuole medie e la quasi totalità dei loro genitori. Le scuole che hanno partecipato allo studio rappresentavano tre differenti situazioni socio-ambientali: centro, periferia e provincia. I risultati emersi dall’analisi dei dati ha confermato come la predisposizione a sviluppare il Diabete di Tipo 2 sia più alta nelle classi socialmente svantaggiate, con un reddito più basso, una scolarità ridotta, un più alto tasso di soggetti migrati e come questa propensione sia accompagnata ad uno stile di vita poco salubre degli alunni (nelle scuole della periferia di Torino il 23% non fa praticamente attività fisica, il 16% non fa mai colazione al mattino, il 28% mangia merendine a scuola, il 4,6% fuma). Questi dati erano già noti e studiati in programmi di più ampio respiro condotti a livello nazionale o europeo ma in questa occasione è stato misurato anche la relazione con il rischio dei genitori dimostrando che avere una madre a più alto rischio si associa a comportamenti più sbagliati e verosimilmente a un rischio maggiore per l’alunno. Sulla scorta di questi risultati e per non disperdere preziose risorse sarà importante per il futuro concentrare gli sforzi di educazione ed informazione soprattutto i queste situazioni più critiche. Alla realizzazione del Programma hanno anche contribuito l’Università di Torino, il Centro Servizi per il Volontariato della Provincia di Torino (VSSP, vedi), l’Associazione di Bioetica Europea e Volontariato (BiEVol, vedi) e l’Associazione Diabetici Torino 2000 (vedi).

Di Nicola Ferraro

Helicobacter Pylory

BREATH TEST UREA PER HELICOBACTER PYLORY

Viene eseguito generalmente al mattino, dopo un digiuno di almeno 6 ore.
Si somministra una bustina di citrato di sodio e dopo 10 minuti, soffiando in un’apposita provetta, viene raccolto un primo campione di aria espirata. Viene quindi somministrata al paziente una piccola compressa di Urea-C13 e viene raccolto un nuovo campione di aria espirata in un’altra provetta dopo circa 30 minuti. Dalla quantità di CO2 marcata presente nel respiro dopo 30 minuti, si risale alla presenza di Hp nello stomaco:
l’Hp infatti, scinde l’urea in bicarbonato (e quindi anche CO2) ed ammoniaca e quindi nel paziente con una infezione da Hp, la CO2 marcata espirata dopo mezz’ora sarà di superiore a quella espirata da una persona senza infezione.
Questo test è rapido, indolore, economico e molto affidabile: rileva la presenza di Hp in tempo reale e può essere utilizzato anche per controllare se una eventuale terapia praticata è stata efficace nell’eradicare l’infezione da Hp.

Slomianski A1, Schubert T, Cutler AF. Urea breath test to confirm eradication of Helicobacter pylori. Am J Gastroenterol. 1995 Feb;90(2):224-6.
Di Rienzo TA1, D’Angelo G, Ojetti V, Campanale MC, Tortora A, Cesario V, Zuccalà G, Franceschi F. 13C-Urea breath test for the diagnosis of Helicobacter pylori infection. Eur Rev Med Pharmacol Sci. 2013 Dec;17 Suppl 2:51-8.

RICERCA NELLE FECI DEGLI ANTIGENI DI HELICOBACTER PYLORI

Questa metodica ricerca nelle feci, la presenza di un antigene dell’Hp, il cosiddetto antigene fecale (HpSA). La presenza dell’antigene è segno di infezione in atto ed è quindi un test più attendibile della ricerca di anticorpi nel sangue, tuttavia i falsi negativi (cioè la negatività del test quando invece l’ Hp è presente) sono superiori a quelli del’Breath Test da urea.

 

 

 

 

Bibliografia:

Suerbaum S, Michetti P. Helicobacter pylori infection. N Engl J Med. 2002;347:1175-86.

Go MF. Review article: natural history and epidemiology of Helicobacter pylori infection. Aliment Pharmacol Ther. 2002 Mar;16 Suppl 1:3-15.

Uemura N, Okamoto S, Yamamoto S, Matsumura N, Yamaguchi S, Yamakido M, Taniyama K, Sasaki N, Schlemper RJ. Helicobacter pylori infection and the development of gastric cancer. N Engl J Med. 2001;345:784-9.

Ndip RN, MacKay WG, Farthing MJ, Weaver LT.Culturing Helicobacter pylori from Clinical Specimens: Review of Microbiologic Methods. J Pediatr Gastroenterol Nutr. 2003;36:616-22.

Basset C, Holton J, Ricci C, Gatta L, Tampieri A, Perna F, Miglioli M, Vaira D. Review article: diagnosis and treatment of Helicobacter: a 2002 updated review. Aliment Pharmacol Ther. 2003;17 Suppl 2:89-97.

Versalovic J. Helicobacter pylori. Pathology and diagnostic strategies. Am J Clin Pathol. 2003 Mar;119(3):403-12.

Moayyedi P. Helicobacter pylori test and treat strategy for young dyspeptic patients: new data. Gut. 2002;50 Suppl 4:47-50.

Dieta chetogenica

DIETA CHETOGENICA A BASSO VALORE CALORICO (VLCKD – Very Low Calories Keto Diet)

La capacità ereditata dalla nostra storia evolutiva è quella di usare il grasso di deposito come fonte energetica. Nel corso dei millenni però il nostro organismo si è evoluto nelle capacità di accumulare energia attivando l’ormone INSULINA piuttosto che usare le riserve adipose attivando l’ormone GLUCAGONE come invece sono riusciti a fare i mammiferi marini o quelli che riescono a sopravvivere in salute digiunando per tutti i lunghi mesi invernali.

Introdurre una quantità di carboidrati eccessiva rispetto ai bisogni determina una alterazione del recettore insulinico responsabile di obesità e malattie cardiovascolari. Il tessuto adiposo addominale diventa via via sempre più grande e avido, sottraendo energia a muscoli sempre più deboli.
Per evitare livelli di glicemia patologici l’organismo immagazzina lo zucchero sotto forma di trigliceridi nel tessuto adiposo.
Non avendo più prede da inseguire – affrontare – abbattere, eliminare per un breve periodo gli zuccheri dalla dieta e più in generale tutti i vegetali e i latticini con potenzialità glicemizzanti, può determinare un benefico effetto disintossicante se adeguatamente assistito e controllato.
In assenza di carboidrati l’organismo è costretto a produrre energia dai grassi di deposito che liberati dal tessuto adiposo diventano la maggiore fonte di energia.

In pratica durante il digiuno il nostro corpo riesce a produrre lo zucchero necessario grazie alla gluconeogenesi cioè riesce a formare glucosio dagli aminoacidi dei muscoli e dall’acido lattico prodotto dallo sforzo ripristinando in questo modo i livelli di glicemia.
Nel fegato la gluconeogenesi consuma ossalacetato, ma questo prezioso elemento si esaurisce in fretta e quando viene meno blocca il ciclo di Krebs dell’epatocita.
L’acetil-CoA in eccesso è convertito in corpi chetonici (acetoacetato, idrossibutirrato e acetone) che escono dal fegato e attraverso il sangue raggiungono tutte le cellule.
I muscoli sono i principali consumatori dei corpi chetonici prodotti dal fegato per questo è bene fare del movimento nei 3 giorni di dieta chetogenica, inoltre le scorte muscolari di glicogeno e il continuo apporto di glucosio col sangue fanno sì che il muscolo, contrariamente al fegato, abbia ossalacetato a disposizione per ossidare l’acetil CoA nel ciclo di Krebs per molte ore. Quando la quantità dei chetoni prodotti dal fegato supera la capacità del muscolo di usarli, si accumulano nel sangue (chetonemia), sono filtrati dai reni e finiscono nelle urine (chetonuria), dove normalmente sono assenti.

L’ORGANO PRINCIPE DI TUTTO IL PROCESSO CHETOGENICO E’ IL FEGATO.
Il fegato funziona da termovalorizzatore; usa lo scarto della combustione dei grassi per formare i corpi chetonici spendibili come come tali in tutti gli organi e in particolare nel cervello e liberando il prezioso CoA che consente di continuare la beta ossidazione del grasso. La gluconeogenesi dura solo poche ore e serve per stabilizzare la glicemia tra un pasto e l’altro o per compiere sforzi aerobici come una lunga corsa. La chetogenesi dura molti giorni, come un lungo inseguimento di caccia e nonostante il digiuno permette di sentirsi energici e attivi grazie alla formazione dei corpi chetonici.

I cibi a basso Indice glicemico per chi soffre di sovrappeso, sono utili perché fanno ingrassare meno; in pratica se ne possono mangiare quantità maggiori senza ingrassare e sono altrettanto piacevoli. Per esempio l’orzo perlato, che si presta ad essere cucinato come il riso, ha un valore di 49 mentre il riso bianco ha un valore di moltiplicazione di 83; il pompelmo rosa con un indice di 36 va meglio delle arance che hanno un indice di 63.
Per l’eventuale aperitivo le arachidi vanno meglio delle tartine per accompagnare un calice di vino o un succo di pomodoro speziato.
PER DUE O TRE GIORNI ANCHE SOLO UNA VOLTA AL MESE PUO’ ESSERE UTILE ELIMINARE I CARBOIDRATI PER RICONQUISTARE LA CAPACITA’ DI AUTO CONTROLLO.
Sembra poco ma non lo è; in pratica potrebbe essere paragonato al sacrificio di un accanito fumatore che per tre giorni accettasse di non accendere una sigaretta!
Togliere gli zuccheri – o carboidrati che dir si voglia – dalla dieta diventa necessario quando anche mangiando poco non si riesce a perdere peso. L’industria alimentare ha ideato per questo scopo alimenti altamente tecnologici, sani e gradevoli in grado di sostituirsi a carne e pesce senza appesantire l’organismo e in particolare i reni.
Si tratta di alimenti che in qualche misura imitano i carboidrati senza aumentare i livelli di glicemia, come quelle sigarette elettroniche capaci di aiutare chi vuole smettere di esagerare con il fumo. Grazie al particolare rapporto fra macronutrienti e la mirata formulazione aminoacidica dei prodotti DHC-vitaprevent è possibile agire sui punti chiave dei processi che regolano il metabolismo energetico e indurre una perdita di peso esclusivamente a scapito delle adiposità.
I prodotti DHC-vitaprevent grazie alla loro componente proteica arricchita di aminoacidi essenziali, sono in grado di migliorare la texture cutanea donando alla pelle tonicità e luminosità, favorendo un dimagrimento armonioso e visibile in breve tempo. I prodotti DHC-vita prevent, nonostante un indice glicemico molto basso, grazie alla continua ricerca, sono in grado di mediare tra la necessità di soddisfare i palati più esigenti con caratteristiche nutrizionali molto particolari volte al miglioramento della massa magra.

Per valutare i risultati del sacrificio dietetico è necessario dosare i chetoni delle urine. I chetoni sono il risultato del metabolismo del tessuto adiposo, si formano quando si consuma più zucchero di quanto se ne introduca e l’organismo è costretto a fare ricorso alle riserve di grasso. Mediante il KETUR TEST è possibile stabilire se si comincia a “dimagrire”. Più il test risulta positivo (+) più si perde peso.
Nei tre giorni di dieta chetogenica è importante che si tenga un piccolo diario alimentare e s’infili un contapassi nella gonna, nei pantaloni o addirittura direttamente nelle stringhe delle scarpe per valutare passi compiuti e il tempo impiegato in modo tale da poter confrontare il risultato ottenuto sia in termini di peso perso sia di positività al Ketur Test.
Controindicazioni importanti a questi 3 giorni di dieta non ve ne sono ma è bene agire con buon senso e ponderare con cura quando iniziare questo che potrebbe essere definito come un digiuno di disintossicazione dall’eccesso di carboidrati per persone in sovrappeso.
Non seguire questa dieta quando:

  • NON CI SI SENTE IN BUONA SALUTE
  • C’È FEBBRE O SI ASSUMONO ANTIBIOTICI
  • SE SI È NEL PERIODO MESTRUALE
  • SE SI SOFFRE DI NAUSEA O DI PATOLOGIE DEBILITANTI

Assumere un integratore di Potassio o Potassio e Magnesio dopo colazione ma fare attenzione che sia SOLO IN CAPSULE o COMPRESSE, evitando bustine o compresse effervescenti per la questione dei carboidrati aggiunti. Bere circa 2 litri di acqua al giorno. Fare uso di una tisana per regolare l’intestino che ricevendo poche fibre potrebbe impigrirsi, bere the, caffè oppure orzo solubile ma evitare di aggiungere zucchero latte o dolcificanti. Evitare anche le caramelle o le gomme che riportano la scritta “senza zucchero”.

Primo giorno:

COLAZIONE……… Ora.(….)……e cosa si è mangiato….
Es.: una porzione di BISCOTTI DHC-Vintapervent al gusto di CIOCCOLATO; Un caffè lungo, senza aggiunta di dolcificanti, zucchero o latte.

PRANZO……… Ora..(…)……e cosa si è mangiato….
Es.: Shaker al caffè DHC-Vintapervent (adatto per chi sta fuori casa tutto il giorno) oppure: una porzione di Pasta al 60% di proteine condita a piacere e preferibilmente con sugo di carne o pesce per chi rimane a casa.

FUORI PASTO………… Ora ..(…)….e cosa si è mangiato….
Es.: uno Snack di soia al Barbecue DHC-Vintapervent (per chi preferisce il salato) oppure un Brick alla vaniglia per chi ama il gusto dolce.

CENA……… Ora..(…)……e cosa si è mangiato….
Es.: Minestra ottenuta dalla CREMA ALLE VERDURE che si può integrare con BUDINO AL CICCOLATO.

E’ meglio evitare tempi di digiuno superiori alle 4 ore, pertanto se sappiamo che il pranzo non sarà alle 12 in punto ma certamente slitterà come d’abitudine oltre le 13, è bene fare uno spuntino a metà mattina e così procedere nel pomeriggio.

Cerchiamo di fare del movimento

Primo giorno:
– 
Evitare l’ascensore
 Scendere una fermata prima dal mezzo che abitualmente prendiamo per recarci a scuola o al lavoro.
 Con il contapassi cercare di arrivare a circa 4000
 Fare brevi esercizi a corpo libero

Secondo giorno: cerchiamo di ripetere esattamente ciò che si è fatto nel primo e la sera misuriamo i chetoni con il Ketur test. Se la striscetta si colora anche solo debolmente di rosa che indica il primo livello di positività, il nostro impegno è stato promosso.
Se è assolutamente chiaro riprovare la mattina del terzo giorno a digiuno e procedere come nei giorni precedenti senza trascurare il movimento e gli INTEGRATORI.
Se anche al mattino del quarto giorno il Ketur Test è negativo, non è il caso di perdersi d’animo perché può dare ottimi risultati quando verrà ripetuto dopo due settimane. Se il Ketur test anche nel secondo ciclo fosse chiaro è bene cambiare gli alimenti metabolici Dhc-vitaprevent. In questo caso il diario ci sarà di aiuto per memorizzare il rapporto tra alimenti metabolici Dhc-vitaprevent e il dimagrimento.

 

Bibliografia:

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