Fra le molteplicità delle cause proposte per spiegare l’obesità, l’iperalimentazione, nonostante la sua ovvietà, per molto tempo non è stata considerata che marginalmente dalla comunità scientifica. Solo i recenti sviluppi metodologici, sul fronte della misurazione della spesa energetica, hanno permesso di rivalutare l’importanza dell’iperfagia fra i meccanismi responsabili dell’obesità.
Gli esperimenti sul comportamento alimentare consentono di affermare che in condizioni di normalità il senso di sazietà interviene facendo interrompere l’assunzione di cibo come se attraverso particolari stimoli e sistemi ormonali siamo in grado di capire che il pasto una volta digerito e assimilato fornirà nutrimento sufficiente a riportare l’equilibrio. D’altro canto i sistemi di regolazione interna possono essere disattivati da stimoli esterni premiativi, come dimostra il fatto che, anche dopo un pasto luculliano, moltissime persone non esitano a dare l’assalto al carrello dei dessert.
Il comportamento alimentare deve necessariamente prendere in considerazione valutazioni qualitative di difficile misurazione, che spaziano dai concetti di prelibatezza a quelli di scelta emozionale del cibo oltre che la valutazione soggettiva di fame, sazietà, piacere e bisogno.

 

IL PIACERE FRA EMOZIONE E MOTIVAZIONE

Prima di tutto, può esserci utile leggere un articolo di Luca Doninelli pubblicato sul quotidiano “Il Giornale”. Il giornalista, raccontando la sua esperienza personale, riesce a descrivere bene le difficoltà che si affrontano nel combattere i problemi di eccessiva alimentazione.

“Estate, vacanza, mare, costume da bagno. Chili di troppo da smaltire. Dieta. Palestra. Sauna. Eccetera eccetera. Bla bla bla.
Ma il dato è, caro lettore, che l’85% dei tentativi di mettersi a dieta fallisce. E’ un dato su cui riflettere. Vuol dire che su 100 euro spesi da dietologi, 85 sono soldi buttati via. Il dietologo da parte sua, intasca i soldi senza nessun senso di colpa. La colpa, infatti, non è sua. I suoi consigli erano buoni.
Una delle prime cose che il dietologo vi dice è che c’è in giro una gran quantità di ciarlatani che promettono diete miracolose. Per dimagrire bisogna faticare. Il fatto è che un obeso non ha soltanto il problema di dimagrire. Fosse solo quello, la percentuale di diete giunte a buon fine salirebbe di moltissimo.
C’è un altro problema: quello di non riuscire a mettersi a dieta. E più è grosso il primo problema e più è grosso il secondo. Dunque, l’obeso va dal dietologo e gli dice: non riesco a dimagrire. E il dietologo gli risponde: si metta a dieta. Cioè: proprio la cosa che non riesce a fare. Il gioco è sottile.
Il dietologo sa bene che c’è quel problemino in più, ma deve fingere che non esista, sia perché verrebbe meno il rapporto – essenzialmente stregonesco – che lega il paziente al medico, sia perché, una volta scoperto il gioco, anche quel 15% di successi diventerebbe un numero a rischio”.

L’obesità su base psicosomatica, implica necessariamente un’iperalimentazione come conseguenza di uno stimolo emozionale. La sovralimentazione pertanto in questo caso sarebbe una risposta di tipo conscio a problemi esterni, che interagiscono con la particolare situazione interna di stress e confusione della persona (Kaplan & Kaplan, Robbins). Simili analisi sono state suggerite per spiegare il comportamento bulimico (Mizes). I primi tentativi volti a far confluire i risultati di laboratorio, condotti su animali da esperimento resi obesi a causa di lesioni del nucleo ventromediale, e il comportamento di persone obese risale a (Schachter). Egli dimostrò una sorta di analogia comportamentale fra gli animali e le persone per quanto concerne il rapporto patologico con il cibo. Entrambi rilevano, rispetto ai gruppi controllo, una maggiore sensibilita verso gli aspetti palatali degli alimenti, minore disposizione al sacrificio per ottenere il cibo e una sorta di incapacità di compensazione calorica, infatti, continuavano ad alimentarsi con la stessa intensità sia a digiuno sia dopo l’assunzione di cibo, se questo risultava molto appetibile. Tali osservazioni furono ritenute espressive di una forma di obesità causata dall’eccessiva sensibilità verso le proprietà remunerative del cibo, associata ad una ridotta percezione degli stimoli di fame e sazietà Spitzer e Rodin (Spitzer, Rodin) giunsero alla conclusione che la palatabilità verso il cibo fosse la più importante variabile capace di differenziare il comportamento dell’individuo normopeso e di quello in sovrappeso.

Sono le endorfine, così simili alle sostanze estratte dal papavero da oppio, le responsabili del senso di benessere e di appagamento, che proviamo nell’introdurre certi alimenti e in particolar modo i vegetali, il latte e i suoi derivati.
L’atto del nutrirsi diventa così dipendente non dagli stati fisiologici di fame e sazietà ma diventa il complesso risultato di sensazioni emozionali elaborate proprio nell’area limbica responsabili dei sentimenti di piacere e bisogno, prelibatezza e scelta edonistica del cibo. Le endorfine sono capaci in certe persone e a seguito di particolari stimoli di spostare la soglia del dolore ma, le difficoltà ci rendono migliori solo quando il SISTEMA LIMBICO reagisce positivamente liberando dopamina per convincerci che è giusto soffrire per poi vincere. Si è persino capaci di trovare del buono nel fare la dieta, a patto che dopo una sofferenza ragionevolmente protratta si possano avere risultati accettabili.

Ogni stimolo dell’ambiente esterno provoca contemporaneamente, emozioni, pensieri, e modificazioni organiche capaci di determinare una cascata di eventi tramite neuropeptidi, come la GASTRINA, la COLECISTOCHININA e molti altri, definiti sostanze informazionali” cioè capaci di trasportare informazioni e condizionare il nostro comportamento quanto la mente. Basti pensare all’attacco di colite che ci sorprende in circostanze spesso difficili da prevedere e che molti addirittura non riescono a contenere.
Tra i pionieri sugli studi comportamentali, Shachter e Singer nel 1962 svilupparono un esperimento capace di verificare il rapporto tra mente e corpo.
Mediante l’iniezione di una dose di adrenalina in alcuni soggetti, che credevano si trattasse di una semplice vitamina per migliorare la capacità visiva, studiarono le reazioni comportamentali. Confrontarono queste persone con un secondo gruppo al quale fu somministrata, seguendo le stesse procedure, un’iniezione apparentemente identica ma, nella fiala vi era solo del placebo.
Alcuni pazienti dei due gruppi furono informati in uno dei tre modi seguenti:

  1. alcuni vennero informati degli effetti collaterali possibili legati all’adrenalina, palpitazioni, tremori e simili, senza mai ovviamente nominare la sostanza;
  2. alcuni non vennero in nessun modo informati;
  3. altri, ricevettero informazioni fuorvianti, venne detto loro che avrebbero avvertito prurito o cefalea.

Dopo l’iniezione e il colloquio sugli effetti collaterali tutti furono messi ad aspettare in stanze separate dove erano presenti psicologi dello staff di sperimentazione, con il preciso scopo di fungere da provocatori.
Alcuni provocatori, avevano un comportamento euforico, altri aggressivo, e dopo aver inveito, uscivano sbattendo la porta, atri denunciavano pruriti e nausee. Tutte le stanze erano dotate di cineprese nascoste dietro finti specchi per monitorare il comportamento di tutti.
Il primo gruppo (1), i cui soggetti avevano ricevuto l’iniezione di adrenalina ed erano stati correttamente informati degli effetti collaterali, dimostrarono, di essere stati influenzati pochissimo, dal comportamento dei provocatori.
Quelli che non erano stati informati (2) e, quelli che avevano ricevuto informazioni fuorvianti (3), si dimostrarono i più influenzabili da parte dei provocatori. Riferirono di essersi sentiti euforici o molto irritati, secondo il tipo di agitatore che era stato loro abbinato. Questo tipo di sensazione era distribuita in modo bilanciato, sia fra coloro che avevano ricevuto l’iniezione di adrenalina, sia fra i pazienti che avevano ricevuto solo l’iniezione di placebo.
Insomma molto può fare una cura ma molto del risultato dipende dall’idea che ci siamo fatti della cura stessa.
Siamo tutti molto influenzabili!

Più scientifico appare allora lo studio comportamentale condotto su animali da esperimento, ad esempio mediante una ESB, (Electrcal Stimulation of the Brain). In pratica con un elettrodo stimolatore posto in un’area del cervello è possibile determinare la stimolazione cerebrale gratificante.
Questa scoperta avvenne per caso nel 1954, ad opera del dott. James Olds mentre studiava la stimolazione avversativa di un treno di impulsi elettrici nella formazione reticolare del cervello dei ratti. Per puro caso, per errore, un elettrodo venne posto nell’ipotalamo. Come da protocollo, ogni volta che l’animale si avvicinava ad un angolo della gabbia veniva inviata un’onda sinusoidale a 60 cicli e con stupore a seguito di quella scarica elettrica il ratto non solo non fuggiva ma “anzi vi tornava rapidamente dopo la breve uscita che seguiva alla prima stimolazione, non solo ma assurdamente vi ritornava ancora più rapidamente dopo un’uscita ancora più breve a seguito della seconda stimolazione. In corrispondenza della terza stimolazione elettrica, l’animale sembrava senza alcun dubbio ritornare all’angolo per “averne ancora”.
In che modo funzioni lo stimolo elettrico della ricompensa è ancora controverso, certo che la zona cerebrale più studiata è il fascicolo pro-encefalico mediale MFB (medial forebrain bundle). Questo fascio, sembra esercitare una sorta di rinforzo motivazionale. Quando l’animale è completamente sazio di cibo, con la stimolazione ESB è possibile farlo mangiare ancora.
Rowland e Antelman mentre studiavano il comportamento alimentare nei ratti nel 1976 scoprirono un fatto sconcertante.
Applicando una clips da carta o una pressione telecomandata, apparentemente non dolorosa, alla coda del ratto due volte al giorno provocava un incremento dell’assunzione calorica giornaliera del 129%, rispetto ad animali controllo che non subivano tale trattamento, e che avevano libero accesso allo stesso tipo di cibo. Rowland e Antelman proposero, e studi psico-comportamentali recenti lo confermerebbero che lo stress prolungato e poco aggressivo possa, allo stesso modo, indurre iperfagia anche nelle persone. È stato ipotizzato che la stessa obesità e le conseguenze sociali negative che la accompagnano, sono in grado di produrre uno stress tale da causare iperfagia, innescando un circolo vizioso dal quale è difficile uscire.
Koob, Fray e Iversen dimostrarono negli anni successivi che lo stesso fastidioso stress, applicato alla coda del ratto era in grado di far correre l’animale attraverso un labirinto poter rosicchiare un tronchetto di legno con il quale distrarsi. Al contrario il gruppo di ratti controllo, non stressati dalla fastidiosa pressione intermittente alla coda, non manifestavano il bisogno di rodere il tronchetto.
La continua attività orale, diventa in pratica un modo per combattere lo stress, d’altro canto tutti i genitori sanno quanto rilassante diventi il succhiotto per il neonato e, prima o poi tutti abbiamo sperimentato il piacere del bacio continuato, insistito, inebriante e fine a se stesso non dato per comunicare un sentimento ma solo proprio per il profondo piacere che si ottiene.
Ecco spiegato il rodere continuo, tipico di molte persone, che fanno uso di gomme da masticare, o si torturano le dita rosicchiando le pellicine attorno alle unghie, oppure mordono le stesse unghie, o hanno sempre una caramella in bocca, o fumano ripetutamente.
Questo bisogno orale compulsivo è una malattia che rappresenta una sorta di auto terapia. Può essere ricondotta a un disagio psicologico ma molto più frequentemente è dovuta alla sola necessità di stimolare l’area limbica, che più è stimolata più ha bisogno di esserlo.
Tuttavia modi diversi di ottenere questo piacere, potrebbero rappresentare un aiuto nella cura di questo disagio. Ecco perché insistiamo sul piacere che deriva da tutte le attività che possono distrarre dal bisogno di alimentarsi: l’igienismo alimentare, le regole, il movimento di breve durata ma cadenzato sui pasti, insieme all’attività fisica guidata, possono innescare meccanismi virtuosi responsabili del mantenimento dello stato di alimentazione controllata.

 

STORIA DI G. REA

G. Rea è un facoltoso uomo d’affari, ma è soprattutto un mio paziente da alcuni anni. Ricordo ancora le mie sensazioni contrastanti durante la prima visita. Bassa statura, voce strozzata dall’obesità e movimenti resi goffi da un addome molto sporgente. Eppure il signor Rea, spogliato di quasi tutti i suoi abiti ricercati, aveva una tale personalità da rendermi addirittura nervoso

 

I risultati delle prime analisi forse innervosirono lui: dei suoi 120 chili di peso, quasi la metà era costituita da massa grassa. Gli chiesi il motivo della visita, lui mi rispose: “Il mio corpo è stato plasmato dai migliori cuochi, ma le rozze conoscenze mediche e i bypass non bastano a risolvere la mia insufficienza cardiaca. Sono qua perché sono disposto a mangiare di meno, pur di continuare a mangiare”. Fu una grande vittoria: il signor Rea perse 40 chili e oggi ha felicemente superato i settant’anni.
Perché una persona intelligente e con tanta gioia di vivere si riduce a mangiare, bere o fumare tanto da morirne? Perché è una persona malata e la malattia colpisce tutti, belli e brutti, intelligenti e stupidi. La persona sana ha il bene più prezioso, ma solo quando è messa spalle al muro dalla malattia capisce l’importanza delle cure.
Le medicine non fanno male, piuttosto fa male essere nella condizione di doverle assumere. In due parole, essere malati. Bisogna però evitare l’intossicazione a lungo termine: le medicine non sono caramelle.
Il successo terapeutico dipende da quattro passaggi fondamentali: visita accurata, prescrizione degli esami clinici di approfondimento, diagnosi e terapia. Il nemico più grande è la ricerca del risultato immediato; per questo gli stregoni che promettono di farci perdere venti chili con una chiacchierata sono da evitare.
Il vero successo non è perdere peso. Il vero successo è mantenerci magri nel tempo, assumendo nei confronti del cibo un atteggiamento gioioso anziché morboso. Per raggiungere questo obiettivo servono circa quattro anni, durante i quali viene progressivamente diminuita la somministrazione di farmaci. Il paziente è come un guerriero che, giorno dopo giorno, costruisce la propria corazza; citando Goethe, “non è forte colui che non cade mai, ma colui che cadendo si rialza”. Così durante la terapia sono possibili ricadute a cui contribuiscono anche gli stress quotidiani: imparare a controllarli significa riuscire a normalizzare il nostro comportamento alimentare.
Prima di poter accettare le cure, però, dobbiamo essere consapevoli di essere malati. “Non ho dolore, quindi sono sano”: è il più grande inganno in cui possiamo cadere. Fumare troppo o avere una pancia troppo sporgente può non causare dolore, ma sono gravi segnali per la nostra salute. Segnali, appunto, di una malattia.

 

QUESTIONARIO PSICOMETRICO

Questionario Imagine and Behavior Restraint Scale (IBR)

Questionario per misurare la disposizione a dimagrire

Il questionario messo a punto dal Dott. Claudio Saluzzo ha la scopo di misurare tre dimensioni del comportamento alimentare : restrittività, disinibizione e sensibilità alla fame, estese all’elemento forma e cura del corpo. Il questionario chiamato IBR ha l’intento di fornire un contributo per meglio definire la disposizione a dimagrire.
Sulla base della revisione della letteratura sull’argomento, e dopo tadotto, studiato e adattato al comportamento alimentare italiano la Restraint Scale di Herman e i questionari di Pudel e di Stunkard per ciò che riguarda l’atteggiamento verso il cibo, si è voluto creare uno strumento capace di considerare :

Restrittività sia come controllo cognitivo dell’introduzione di cibo e dei cambiamenti di peso, sia come controllo della propria forma attraverso lo sforzo fisico
Disinibizione
a) come comportamento da intendersi patologico, da parte di persone obese che, pur nella necessità clinica di dover dimagrire, nulla fanno ne hanno intenzione di fare per attuare un miglioramento della loro condizione, sia sul paino del controllo alimentare che su quello dell’attività fisica
b) come comportamento da intendersi normale, da parte di coloro che magri, mangiano tutto ciò che vogliono quando vogliono, fanno dell’attività fisica solo se ne hanno voglia e pur non attuando alcuna restrizione conservano una buona forma fisica.

Sensibilità alla fame e alla fatica fisica come condizione di eccessivo interesse per il cibo e di facile stancabilità verso lo sforzo fisico sportivo… CONTINUA

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